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di Mario Luzzatto Fegiz
Morire di rock? Sembra che un tragico destino si accanisca da tempo con le star di questa musica.Il 7 settembre 1978 moriva Keith Moon batterista degli Who e, il 25 settembre 1980 John Bonham batterista dei Led Zeppelin, 31 anni, nessuna traccia di alcool o di droga nel sangue.
La lista è lunghissima: si apre nel 1969 con la morte in piscina di Brian Jones, chitarrista dei Rolling Stones (dose eccessiva di alcool e droghe cui pare fosse stato indotto anche per il precipitare dei suoi rapporti con Mick Jagger, solista del gruppo), poi la grande cantante americana Janis Joplin, il chitarrista Jimi Hendrix, Jim Morrison (cantante dei Doors), John Rostill bassista degli Shadows fulminato da una scarica elettrica del suo strumento. Nel ‘77 un attacco cardiaco stronca il re del rock and roll Elvis Presley. Poi Sid Vicious, pirotecnico bassista dei Sex Pistols, e di Malcom Owen, voce solista del gruppo punk The Ruts, uccisi da una overdose di eroina. Sconvolge la giovane età di queste vittime del rock: 24 anni Owen, 26 Brian Jones, 31 Bonham. Alla lista va aggiunta Amy Winehouse, l’ultima “maledetta” della lista.
Anche se Janis Joplin aveva affermato: “Preferisco vivere intensamente dieci anni che ritrovarmi a settanta all’ospizio davanti alla televisione” non è possibile accettare passivamente, come certa critica romantica andava ipotizzando, la tesi di una vocazione autodistruttiva delle rock star. E allora? Va detto, anzitutto, che l’eroina e il suo mito, che raggiunse il culmine negli anni immediatamente successivi alla morte di Hendrix, va via via scomparendo. L’uso di questa sostanza è praticamente tramontato tra i musicisti italiani e non è frequente, come una volta, neppure fra gli inglesi e gli americani. Parallelamente però si è andato generalizzando l’uso di sostanze come la marijuana, l’alcool, gli eccitanti (cocaina, Ketamina e intrugli vari).
“E’ difficile suonare davanti a più di mezzo milione di persone – racconta Franz Di Cioccio – batterista della Premiata Forneria Marconi che si esibì in giro per gli Stati Uniti con Emerson Lake & Palmer – senza aver bevuto perlomeno un goccio. Ma per un artista rock il peggio viene dopo lo spettacolo, quando arrivano l’angoscia e la solitudine, e con esse la voglia di tirar tardi a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo”.
Fra le vittime più illustri di questo “vivere rock” sono stati proprio due batteristi come lei (Bonham e Moon). Secondo lei c’è una ragione precisa?
Risponde Franz Di Cioccio: “Probabilmente si. Allo sfondo psicologico comune a tutti i musicisti il batterista deve accompagnare una spaventosa fatica fisica. Io, in un concerto, perdo circa un chilo e mezzo, in gran parte di acqua e sali, oltre, naturalmente, ad un enorme consumo calorico. I liquidi e i sali vanno restituiti rapidamente. Io bevo molto e prendo delle sostanze saline che gli sportivi ben conoscono. Più difficile è restituire all’organismo le calorie senza ingozzarsi. Per questo durante le tournée dimagrisco poi, finito il periodo dei concerti, tendo a ingrassare troppo”.
Bonham era un batterista che non si risparmiava: deteneva, con 37 minuti di assolo, il record mondiale di durata per un batterista in concerto. E amava sbronzarsi anche se, come ha dimostrato l’autopsia, prima di morire non aveva toccato alcool.
Ma i rischi maggiori – e su questo punto tutti gli artisti che abbiamo interpellato concordano – si corrono nei periodi di inattività. La notte, a Milano qualche decennio fa, non era difficile incontrare lo stesso Di Cioccio, la Bertè, il cantante rock Faust’O, Eugenio Finardi. Alle discoteche di Milano aperte fino all’alba (bei tempi) si potevano notare artisti e musicisti. Ma molti preferivano le sale di registrazione del Castello di Carimate, in Brianza.
”Soffro di insonnia – confessava Bertè – e a Milano le Tv private finivano già alle due. Quindi ogni pretesto è buono pur di tirare l’alba”.
“Nel rock – aggiunge Di Cioccio – i compagni di lavoro diventano compagni di vita. Quando non si è in tournée o in sala di registrazione, ci si sente soli e sperduti. Ho visto un miliardario come Palmer arrivare stravolto dagli eccitanti a casa del collega miliardario Greg Lake a tarda notte a cercare un po’ di calore. Credetemi, le rock star sono uccise dalla solitudine e, di conseguenza, da tutte le sostanze che assumono nel tentativo di scacciare l’angoscia”.
Tutti però sono concordi nell’affermare che la situazione dell’artista italiano è migliore, c’è più umanità, le regole del mercato sono meno crudeli, lo sfruttamento del talento meno spietato”.
“Però spesso mi sento sola – si lamenta Loredana Bertè – e non riesco a trovare nessuno disposto a ricevere al telefono i miei sfoghi notturni”.
Sul finire degli anni Cinquanta fu proprio un agente della CIA a fornire a vari esponenti del cinema e della cultura americana assaggi di Lsd (acido lisergico) per verificare gli effetti che la sostanza poteva avere sulla creatività. Quasi in contemporanea con tale rivelazione, il presidente degli Usa Ronald Reagan in un’intervista a Newsweek accusava senza mezzi termini: “Il mondo della musica ed Hollywood sono responsabili di questo triste fenomeno (la droga). I cantanti più osannati dai giovani si vantano di scrivere la loro musica in preda alle sostanze stupefacenti, drogarsi ai concerti rock è diventato un fenomeno accettato. Il cinema non è da meno”.
Nell’ambito della crociata moralizzatrice di Reagan e del suo oggettivo impegno contro il dilagare degli stupefacenti negli Usa non poteva mancare la demonizzazione del rock che è, all’Est come all’Ovest, da Khomeini a Pinochet, una costante in questo genere di campagna.
Certo lo star system del rock presta il fianco a questo genere d’accuse: da Brian Jones a John Bonham, da Jimi Hendrix e Jim Morrison a Janis Joplin, ai vari processi per possesso di droghe subiti dai Beatles e dagli Stones, alle lotte contro la schiavitù della droga affrontate negli anni da personaggi come Lou Reed (allievo di Andy Warhol che iniziò a questa pratica molti artisti tra i quali quella povera Nico, passata qualche tempo fa per Milano ed ormai ridotta all’ombra di se stessa) sino all’ episodio riguardante Boy George, il cantante inglese processato per possesso ed uso di eroina. E l’imputato rock ha aggravato, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, la sua posizione ammiccando deliberatamente alla droga con canzoni come “Cocaine” (Eric Clapton), “Lucy in the Sky with Diamonds” (Beatles, non-sense per affiancare tre sostantivi con le iniziali LSD) ed in Italia Vasco Rossi con “Bollicine”: “Ma come fai, non dirmi che non ti droghi mai”.
L’aver consentito la circolazione a livello di massa di modelli culturali favorevoli alla droga è una responsabilità che il mondo del rock a posteriori riconosce.
“Mai avremmo creduto che i nostri comportamenti amplificati dalla stampa e dalla tv avrebbero contribuito a riempire le città e le periferie di milioni di disgraziati tossicodipendenti – dichiarò davanti davanti alle telecamere di “Mr. Fantasy” Marianne Faithfull, per anni compagna di Mick Jagger – E’ stata una follia di cui allora non valutavamo assolutamente le implicazioni”.
Reagan mise sotto processo il rock Probabilmente sbagliò il momento: perché il rock da trasgressione di tipo comportamentale o politico è diventato sempre più intrattenimento e per di più con una grossa vocazione alle grandi imprese benefiche (basti pensare a Live Aid, con oltre 100 milioni raccolti dalle rock star per la fame nel mondo) ed alle numerose altre iniziative per la pace, l’ecologia, i senzatetto d’America e così via, intraprese dagli ex maledetti della chitarra elettrica. Senza contare che ieri come oggi la droga nel mondo del rock non è il motore primo di certi comportamenti, ma discende da spinte culturali già presenti nella società.
Perché oggi, più di ieri, il rock più che determinare dei comportamenti tende a fare il verso a se stesso, a riscrivere ed enfatizzare tendenze già presenti nelle sottoculture giovanili. Organizzarle significa guadagnare un sacco di soldi, trasformando con il consumo di dischi, magliette, spille e follie varie la disperata ricerca di un’identità di grandi masse di adolescenti.
Certo che scandalizzare è sempre stato un vezzo del rock, dall’ancheggiare del bacino di Elvis Presley (“Elvis the pelvis”, appunto) agli abbigliamenti kitsch postribolari dell’eccentrico Prince. Ma a parte queste trasgressioni estetiche, le connessioni tra droga e rock sembrano almeno in Italia sempre minori: nel complesso i nostri cantautori e i nostri gruppi hanno improntato il loro comportamento pubblico e privato ad una moralità che non ha aspettato l’avvento di Reagan per rivelarsi. A cominciare da Renato Zero che, pur fra travestimenti e lustrini, ha impiegato anche risorse finanziarie personali nella lotta contro gli stupefacenti.
Vero è che il rock è da tempo in crisi a livello internazionale: ma non per gli anatemi di Reagan o altri moralisti successivi, quanto per una mancanza di creatività e di originalità dove abbondano i “bidoni” d’autore e non. La vita media di un complesso è oggi molto bassa. I brani sono vecchi e bruciati nel giro di pochi mesi. I brani evergreen, quelli cioè che non tramontano mai, sembrano scomparsi.
Ha forse ragione Julian Temple, il geniale regista del film “Absolute Beginners” quando afferma: “Col punk abbiamo avuto l’ultimo guizzo di creatività, visualizzando e sonorizzando il marcio del nostro vivere. Ma siamo entrati in una stanza nera e buia e non riusciamo più a trovare l’uscita”.
Mario Luzzatto Fegiz